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L'importanza dei paesaggi dal punto di vista psicologico
di Antoine Fratini
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Mai come in questa epoca il territorio italiano è stato così martoriato dal cemento.
Nemmeno ai tempi del boom economico del secondo dopo guerra. Da semplici materiali
per la ricostruzione, il cemento e l’asfalto sembrano essere diventati oggi simboli
di una umanità che ha perso ogni riferimento al mondo dell’anima. Essi costringono
quel super-organismo che è Gaia, la Terra, e hanno all’incirca la stessa funzione
dei giubbetti di contenzione che si mettevano ai cosiddetti “malati di mente”
nei manicomi. Come se l’uomo, armato del potere tecnologico, avesse ingaggiato
una sorta di ottuso braccio di ferro con la Natura. Solo che la forza di Gaia
è infinitamente maggiore e più pericolosa per il sistema rispetto a quella dei
pazienti psichiatrici. L’ipotesi Gaia di James
Lovelock, uno dei padri della moderna scienza dei sistemi complessi, prende qui
tutto il suo senso. Dal punto di vista sistemico è corretto affermare che il nostro
pianeta possa reagire, anche in maniera drastica, all’aggressione dei suoi abitanti
umani, così come farebbe qualunque organismo biologico insidiato da agenti infettivi
o parassitari. Molti problemi ecologici, in particolare modo in ambito climatico,
possono essere intesi in questo senso [1].
I terremoti e le esondazioni dei fiumi, per esempio, distruggono le costruzioni
di cemento armato, ma non le più snelle abitazioni dei popoli tribali sistemate
con cura e rispetto in zone meno a rischio. I fenomeni naturali hanno un’anima
che il solo calcolo razionale non riesce a circoscrivere totalmente. Pertanto,
la nostra “logica dell’abitare” il mondo risulta fondamentalmente sbagliata. Oltre
che fortemente rischiosa.
Ma l’approccio scientifico sembra molto meno efficace per spiegare gli effetti che le forme naturali e i paesaggi in genere producono sulla psiche umana. Gli studi del sociologo Peter Groenewegen dell’Università di Utrecht, per esempio, hanno evidenziato che la sola esposizione alla Natura tende ad aumentare la sensazione di benessere psicofisico e che l’esercizio fisico svolto in ambiente naturale fornisce migliori risultati di quello svolto in palestra. Queste ricerche si limitano a registrare dei dati che però non trovano spiegazione scientifica convincente.
Lo stesso discorso è applicabile alle motivazioni che hanno portato alla costituzione della convenzione europea sulla tutela dei paesaggi il cui Articolo 5.a impegna le Parti contraenti a “(...) riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”.
E’ la prima volta che un documento di tale importanza, ratificato da molte nazioni europee ma soltanto sottoscritta dall’Italia, riconosce giuridicamente un legame diretto tra l’identità culturale (quindi una parte della psiche) e la specificità dei paesaggi che fanno da contorno alla vita degli individui e in cui questi, evidentemente, si riconoscono. Attualmente le ragioni che ritardano l’adeguata assimilazione di questa direttiva sovra-nazionale sono di natura economica e culturale. Riconsiderare il valore dei beni naturalistici vorrebbe dire essere un paese fondamentalmente moderno che si è lasciato alle spalle o che comunque ha preso le distanze da un tipo di economia che subordina ogni operazione al mero profitto. Ma l’ormai “ex-Bel Paese” non è una nazione moderna in questo senso. Esso assomiglia molto più a quei paesi che, pur di uscire dal cosiddetto “sottoviluppo”, attuano politiche economiche del tutto incompatibili con le esigenze dell’ambiente, sperperando in quel modo una parte importante del loro eco-capitale. Gli elementi cardini dell’economia italiana, il mattone e il bullone (ai quali andrebbe aggiunto almeno l’agricoltura intensiva), sono dei più deleteri per l’ambiente e distruttivi per i paesaggi. Quindi anche per l’anima. Oggi, dalla pianura padana ai monti dell’Appennino e delle Alpi, gli scorci di paesaggi rimasti più o meno intatti sono rarissimi. Tra capannoni, stalle moderne, strade, circonvallazioni, antenne e ripetitori le macchie grigie e nere che si possono notare compiendo un semplice sorvolo aereo della penisola appaiono privi di soluzione di continuità. E tra poco è probabile che persino i crinali dei monti diano luogo a sfilze di enorme pale eoliche per la produzione di una energia della quale la stragrande maggioranza della gente non sa che fare.
Un approccio atto a migliorare la comprensione del legame
che unisce Psiche e Natura (e in particolare identità e paesaggio) è sicuramente
quello della psicologia animistica [2]. Nell’animismo,
infatti, i mondi interiore ed esteriore si fondano sapientemente, grazie anche
al vaglio di una cultura millenaria tramandata da generazione in generazione e
imperniata sul recupero e l’approfondimento del rapporto con l’inconscio tramite
la sua proiezione/percezione nella Natura. Il che implica una particolare forma
di dilatazione dell’ego e un rapporto più sentito con la Natura stessa
e i suoi luoghi. Sentirsi animisticamente parte di un paesaggio, come succede
per esempio agli indios dell’etnia Huichol del Messico, per i quali la visione
del proprio volto riflesso nelle montagne della Sierra sancisce la fine del loro
rito iniziatico, dipende proprio dalla buona riuscita di una simile esperienza
di dilatazione egoica. In quei particolari momenti, l’Io si immerge nell’inconscio,
percependo le proprie radici e cogliendo il senso della sua esistenza. Un'altra
forma, più attenuata, di dilatazione psichica è quando i membri tribali si percepiscono
nelle altre entità circostanti, come per esempio in un animale selvatico [3].
Certo, queste pratiche e percezioni sono molto distanti dalla nostra cultura moderna.
Non lo sono però dal nostro inconscio che continua a funzionare
secondo modalità animistiche [4]. Inoltre,
troviamo tracce di esperienze affini anche nella nostra cultura, in particolare
nella mistica, nella psicoanalisi junghiana e nella poesia. Fu appunto il poeta
Romain Rolland a coniare la felice espressione “sentimento oceanico” per indicare
quella operazione di fusione dell’Io con il paesaggio, espressione che deve avere
ispirato anche altri grandi pensatori, come per esempio il saggio indiano Osho
il cui nome consiste appunto nell’abbreviazione della parola “oceanic”. Questo
genere di esperienza tende ad indicare che in qualche modo ognuno di noi è al
tempo stesso goccia e oceano e acquista la propria individualità nel momento in
cui affiora in superficie e si manifesta come onda [5].
Quel paesaggio particolare nel quale gli indios si riconoscono in modo così intenso
diventa anche il luogo dove le loro anime andranno a finire dopo la morte fisica
e da dove continueranno ad influire sulle anime dei vivi in un ciclo continuo
di scambi tra esistenza terrena e esistenza spirituale. Moltissimi luoghi naturali
sono percepiti dai popoli animisti di ogni parte del globo e di ogni epoca come
impregnati di particolare energia spirituale di volta in volta chiamata con nomi
diversi, come per esempio “mana” nel caso di alcune tribù indonesiane, o “payé”
per certi etnie amazzoniche. Questo, perché in quei luoghi tendono a manifestarsi
eventi che coinvolgono l’inconscio. Sono luoghi propizi all’ispirazione di poeti
e innamorati, luoghi di raccoglimento delle proprie energie, che mettono in moto
dinamiche di riequilibrio della personalità, luoghi che fanno da supporto alle
trasformazioni interiori o semplicemente legati alla memoria di eventi passati…
Da queste poche considerazioni si può già intuire l’enorme importanza che i paesaggi hanno dal punto di visto psicologico. Purtroppo però, esse risultano anche palesemente incompatibili con le esigenze dell’economia così come è concepita. Occorrerebbe davvero trovare il coraggio di guardare in faccia il nostro sistema economico e di coglierne i tremendi paradossi. Tutta la nostra economia è purtroppo subordinata alla logica del profitto e quindi allo sfruttamento dell’Altro, il che non può che produrre guerra e distruzione. Eppure, per uno di quei strani effetti del linguaggio, basta pronunciare la magica parola “economia” perché immediatamente si sottintenda “felicità”. Pertanto, finché non usciremo da queste trappole linguistiche e continueremo a sottostare religiosamente ai valori di Economia non ci sarà posto per una vera integrazione dell’inconscio e quindi nemmeno per una adeguata considerazione di quei tradizionali specchi dell’anima che sono i paesaggi.
Note
1. Vedi per esempio Joel
De Rosnay, L’homme symbiotique
2. La “psicologia animistica”
è un nuovo approccio antropopsicoanalitico ispirato all’animismo. Vedi A. Fratini,
La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009
3. Probabilmente è questo
il senso della bellissima sequenza finale del film L’orso di J.J. Anaud,
quando il protagonista rinuncia a sparare all’animale che in un precedente faccia
a faccia gli aveva risparmiato la vita.
4. Tesi che ho sostenuto
e argomentato nel mio libro La religione del dio Economia (CSA Editrice,
Crotone 2009).
5. E’ interessante notare
che anche l’essenza più profonda della realtà materiale presenta questo duplice
aspetto visto che i quanti non sono concepiti come entità separate, ma collegate
ad uno stesso campo quantistico. Questi è concepito come una entità che esiste
in ogni punto dello spazio e che regola la creazione e l'annichilazione delle
particelle.
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titolo: L'importanza dei paesaggi dal punto di vista psicologico
autore: Antoine Fratini
argomento: Psicologia ambientale
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 20/04/2010
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