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La sofferenza del paziente
a cura di Anna Barracco
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Gentili Dottori, da poco più di 2 anni sono in psicoterapia, con soddisfazione posso dire di avere compiuto progressi importanti dall'inizio delle sedute. Gradualmente il mio coinvolgimento è cresciuto ed anche la relazione con la mia psicoterapeuta si è fatta più profonda: c'è una buona sintonia. Sto attraversando però un momento particolarmente difficile, dovuto ad un sentimento d'amore che provo per lei e che, naturalmente, non ha speranze. Nulla di nuovo sotto il sole, mi sembra di capire che non è l'unico caso il mio. Stiamo affrontando la questione con la mia psicoterapeuta, io cerco di essere il più possibile aperto e sincero; ho inoltre letto alcuni interventi in merito di studiosi ed "addetti ai lavori". Accanto alla analisi, alle disamine, alle interpretazioni, si pone assai poco l'accento sulla sofferenza del paziente per questa situazione. Se ne potrebbe parlare un po' ? Come si può proseguire una terapia insieme ad una persona per la quale si prova un sentimento così forte ? E' destinato a passare?
A volte provo una grande tristezza nel pensare che non solo l'amore ma anche una semplice amicizia mi è impedita, e quando la terapia avrà termine ci si separerà definitivamente. Ho un grande bisogno di parlarne e di sentire opinioni di esperti, oltre a quello della mia terapeuta, perché sono piuttosto confuso. Grazie! |
Gentile Stefano, questo dell'amore di tranfert è uno dei temi più difficili da affrontare. I sentimenti che si sviluppano in terapia nei confronti del terapeuta sono veri sentimenti e come tali vengono vissuti e sentiti. Il fatto che si tratti di una resistenza all'analisi, di un "velo" di passione che si oppone all'ulteriore indagine dentro se stessi, non toglie a questo sentimento la sua profonda verità. Il transfert, cioè l'amore ( o il rifiuto, l'odio, in alcuni casi) che si sviluppa in analisi, presentifica alcuni aspetti della soggettività che non possono ancora essere portati alla consapevolezza, e che quindi necessitano di un pasaggio nel corpo, o nell'atto. Il setting analitico, tuttavia, permette di inibire che questo passaggio si trasformi in una "vera" relazione, e in questo modo, con questa singolare esperienza di frustrazione, si può ottenere l'accesso a questi pensieri-sentimenti profondi, dei quali il paziente può man mano appropriarsi.
In un certo senso ogni esperienza d'amore, anche fuori transfert, se fosse inibita, ma se si coltivasse contemporaneamente il rapporto, pur nell'astinenza, ogni relazione amorosa permetterebbe questo accesso a strati più profondi del nostro essere, dal momento che ogni passione amorosa vissuta è in un certo senso, in parte, una ripetizione, un "velo", qualcosa che nel soddisfare un bisogno, ci nasconde contemporaneamente qualcosa.Ben lo sapevano per esempio gli stilnovisti medievali, che teorizzavano questo "amore astinente", questa passione amorosa verso una donna "impossibile", angelicata, come processo di elevazione filosofica ed esitenziale.
Dunque il nocciolo di un'analisi consiste proprio in questo, nell'affrontare questi sentimenti accettando questo patto iniziale dell'astinenza, che riguarda entrambi i partner della cura (ma di cui è il terapeuta ad essere custode e responsabile). Questo sentimento, tuttavia, proprio perché non agito, può e deve diventare oggetto di approfondimento. Lei chiede perchè non se ne possa parlare, perché non si possano esprimere questi sentimenti. La tristezza, il rammarico per non poter vivere questo amore e anche il dolore anticipato per la perdita che ci sarà, quando, una volta finito il percorso, dovrete separarvi e Lei dice "senza neanche che vi possa essere un'amicizia".
Non è possibile esprimere questi sentimenti nella sua analisi? Non può parlare con la sua terapeuta di questi sentimenti, di queste paure, di questo rammarico? O forse non ci ha neanche provato perchè si sente ridicolo, o teme di mettere in imbarazzo la terapeuta? Coglie forse nel transfert (dato che i sentimenti e le difficoltà sono spesso anche del terapeuta ), che non ci sarebbe lo spazio per questi pensieri, pensa che la terapeuta non potrebbe accoglierli e contenerli?
Mi sembra di cogliere nel suo rammarico da una parte una (piuttosto fisiologica) difficiltà del "qui e ora", che dipende dal fatto che - in questo momento particolarmente intenso di transfert erotico (=una specie di innamoramento) - parlare di questi sentimenti sapendo di non poterli "agire" procura di per sè un profondo sentimento di frustraizone. Ma dall'altra i pensieri che Lei ha potuto qui esprimere già aprono ad un'altra "pista", più profonda, che riguarda penso la sua posizione simbolica, e non immaginaria (dunque non nel "qui e ora" con la terapeuta) cioè la sua posizione soggettiva nei confronti del legame. Lei parla della paura di una perdita, anticipa la perdita di un legame che oggi è intenso e significativo, come se dicesse: "a che serve tutto questo se poi tanto va perduto?" e questo penso che potrebbe essere una pista che lei potrebbe seguire. Ci sono state esperienze di perdita, esperienze di rottura di legami, nella sua prima infanzia, esperienze che possono averle immesso un senso profondo di sofferenza e di sfiducia, una paura di perdere l'affetto alla quale ha magari precocemente reagito tenendosi ad una certa distanza dalle relazioni significative e coinvolgenti?
Le offro questa pista, che è quanto mi sento di dirle, per quel poco che posso "ascoltare" dalla sua mail. Ma naturalmente è nella sua cura che lei potrà approfondire e procedere, trovando le sue risposte. Il legame che lei oggi vive in analisi, è vivo, profondo e intenso. Non perda l'occasione di viverlo fino in fondo. Una cura ben condotta è un dono unico, immenso e reciproco che un terapeuta e un paziente si fanno, anche e soprattutto attraverso la rinuncia pulsionale, un dono che entrambi non dimenticheranno mai.
Con viva cordialità e moltissimi auguri. |
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titolo: La sofferenza del paziente
autore: Anna Barracco
richiedente: Stefano, 40 anni
data di pubblicazione: 03/05/2010
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